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Un antico proverbio cinese può essere tradotto cosi: " All'oro possiamo dare un valore; alla Giada no !! " questo a dimostrazione di come, sin dall'antichità, a questa gemma venisse data un'importanza superiore a qualunque altro oggetto di valore. Il termine "giada" è indissolubilmente legato alla civiltà cinese. Da una quarantina di secoli i cinesi hanno conferito a questa splendida pietra un valore inestimabile, e le hanno tributato un vero e proprio culto.
Precisiamo innanzi tutto ciò che intendiamo per giada. Quella che attualmente viene lavorata dai lapidari d'estremo oriente (braccialetti, gioielli, statuine...) di fatto è serpentina, quella che i cinesi chiamano "yu matto" o falsa giada. Questo moderno surrogato ha un coefficiente di durezza due volte inferiore rispetto a quello della giadeite, e si scalfisce con una lama; senza contare che vale dieci volte meno.
L'antica giada intagliata in Cina era quella che ora chiamiamo giada nefrite: un minerale anfibolito. (E' interessante che la parola nefrite venga dalla parola greca per rene, nephros, una versione un pò più dotta della stessa cosa) Nel 19° secolo, si scoprì che il materiale del nuovo mondo non era lo stesso minerale della giada cinese. Il minerale dell'America centrale, un pirossene, fu chiamato giadeite per ditinguerlo dalla nefrite originale.
I cinesi conoscevano la giadeite, viaggiatori l'avevano portata da Burma già nel tredicesimo secolo. Ma la Cina stava rivolgendosi all'interno all'epoca e questa pietra straniera non era considerata la vera giada. Divenne popolare solo nel diciottesimo e diciannovesimo secolo quando il commercio con Burma si riaprì.
Oggi è la giada giadeite ad essere considerata la vera giada imponendo prezzi molto più alti rispetto alla nefrite perché ha un colore verde molto più brillante ed una maggiore translucenza rispetto alla giada nefritre. La giada giadeite si produce a Burma ora nota come Myanmar. Ogni anno le imprese statali di Myanmar che operano nel settore delle gemme, tengono il Myanma Gems, Jade, and Pearl Emporium in cui le pietre vengono vendute all'asta ai massimi commercianti di giada provenienti da tutto il mondo.
I commercianti di giadeite devono essere i migliori cacciatori del mondo a giudicare da come comprano. Le pietre vengono vendute intatte con solo un sottile taglio a finestra sul lato per esporre una piccola parte dell'interno. Il compatore non ha idea di cosa ci sia all'interno: preziosa giadeite verde o solo materiale poco costoso bianco o a macchie marrone. Ha solo il proprio istinto e su questa base paga centinaia di migliaia di dollari per quello che può rivelarsi l'affare dell'anno o una enorme perdita.
La migliore giada giadeite è in genere tagliata a forma di cupola liscia del tipo chiamato a cabochon. Anche i braccialetti di giadeite sono molto pololari nei paesi asiatici. Anche i grani sono molto belli e importanti collane di giadeite realizzate nel periodo dell'art deco hanno portato centinaia di migliaia di dollari nelle aste negli ultimi anni.
Per la liscia trama uniforme, la giada è stata a lungo il materiale preferito per le incisioni. La forma più comune è un disco piatto chiamato Bi che è comune come collana.
La lavorazione della giada è una vera sfida e una delle più difficili che esistano, tanto questo materiale risulta duro e ribelle all'utensile (coefficiente di durezza: 6,5). Si pensa che inizialmente gli incisori abbiano proceduto in modo rudimentale, tramite sfregamento e attrito consumando pazientemente la superficie con una pasta abrasiva, una fanghiglia a base di sabbia quarzosa o di polvere di granato (coefficiente 7,5) e servendosi di sostanze grasse come solventi. Per frantumare questa pasta utilizzavano pezzetti di cuoio e, per praticare dei fori, archetti di bambù. Nel corso degli ultimi secoli a.C., vennero utilizzati bulini di bronzo, poi punte di ferro (a partire dagli anni 500-400 a.C.), utensili rotativi, dischi da taglio, trivelle, sgorbie... mossi da un tornio azionato con i piedi. Oggi l’acciaio temperato, il diamante, i corindoni granulari (coefficiente 9) e il carborundum (come lo smeriglio) facilitano il compito, che tuttavia non per questo è meno difficile. Ancora oggi alcuni esemplari decorativi richiedono interi mesi di lavoro. In Cina, negli ultimi secoli, i grandi laboratori furono quelli di Pechino (nella Città Proibita, nel XVIII secolo), di Nanchino, di Suzhou e di Yangzhou.
Quest'estrema difficoltà nella lavorazione della giada, che sconfina nella prodezza e nel virtuosismo, unita alla rarità di questo materiale, spiegano l’aura elogiativa e magica che circonda la giada, in Cina, e quella specie di culto e di venerazione speciale che i suoi abitanti le hanno tributato in ogni tempo. Ai loro occhi è la pietra nobile per eccellenza, regale, simbolo di purezza, considerata come "la cristallizzazione di raggi di luna o di stelle".
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Alla giada è legato tutto un simbolismo, in particolare per i confuciani che ritrovavano in questa roccia caratteristiche delle loro cinque virtù morali: bontà o carità (la sua lucentezza e il suo fulgore, caldo e brillante al tempo stesso); saggezza (l’armoniosa purezza della sua sonorità); rettitudine-dirittura o franchezza (la sua traslucidità); coraggio (la giada, dura, si spezza ma non si piega mai); infine equità (ha angoli aspri e acuti, che però non tagliano).
Per i taoisti, lo yu, vero e proprio elisir, era dotato di virtù soprannaturali; l’ingestione di polvere di giada consentiva, secondo loro, di avere accesso all’immortalità dei Savi. Le sue virtù esoteriche, la sua rarità, il suo costo enorme e il suo fascino hanno fatto della giada il materiale ideate per la fabbricazione di oggetti rituali, religiosi e funerari, e di oggetti emblematici, legati all'autorità e al comando. Sembra che nessun oggetto di giada sia mai stato inizialmente concepito per un uso pratico. Così, quando il sovrano venne riverito come la personificazione del Cielo e della Terra, nel corso delle prime dinastie, vari oggetti cerimoniali di giada furono introdotti nel culto complicato che veniva reso all’Imperatore, allo Stato e al Cielo fusi insieme. Del resto, il governo si riservò il monopolio di questa roccia esoterica.
I grandi benefattori dello Stato ricevevano, a titolo di ricompensa, oggetti di giada, autentici emblemi del loro rango e delle loro funzioni, nonché della loro autorità; i proclami, per esempio, venivano resi pubblici con l'esposizione di placche di giada, di varie forme, a seconda della loro natura; per esempio richiamavano la forma di un coltello per le mobilitazioni - gli ufficiali addetti al reclutamento e all'addestramento ricevevano come pegno di autorità una scure-pugnale del tipo ge - o la sagoma di una tigre profilata nella giada veniva consegnata a chi custodiva segreti militari.
Ma sembrerebbe che prima di diventare un materiale riservato ai detentori dell'autorità, e che anticipa la futura tavoletta portata sul petto dagli alti funzionari (come il famoso sick degli ufficiali inglesi) la giada inizialmente fosse utilizzata nel rito funebre e per il culto dei morti. Come i bronzi arcaici, forse le giade arcaiche hanno anch'esse avuto due usi, uno quand'era vivo il loro proprietario, con fini rituali, e l’altro alla sua morte, accompagnandolo nella tomba, per la vita nell'al di là. Nell'antichità, i cinesi erano convinti che la giada avesse la proprietà di preservare i cadaveri dalla decomposizione e dalla putrefazione. Ben presto si prese l'abitudine, dopo la fuga del soffio vitale, di ostruire i "nove orifizi del corpo umano" con otturatori o placchette di giada, per impedire agli effluvi malefici di uscire dal corpo. Placchette a forma di pesciolini erano posate sugli occhi, e una piccola cicala di giada sulla lingua. Quest'insetto, dalle straordinarie metamorfosi (uovo, molteplici stadi larvali, ninfa, imago ecc.) era diventato, in modo molto naturale, il simbolo della resurrezione. Bariletti ottagonali venivano posti nelle orecchie, nelle narici e negli altri orifizi.
In seguito si prese l’abitudine di cucire delle placchette su di un velo posato sul volto del morto; la loro disposizione evocava una maschera simile a quelle dei Maya di Palenque. Negli ultimi secoli a.C., sempre con fini di protezione profilattica, si diffuse la consuetudine di avvolgere tutto il corpo dei defunti reali o dei principi, in veri e propri sudari o lenzuola, composti da migliaia di piccole placche quadrangolari, poste l'una accanto all'altra e cucite con fili d'oro, d'argento o di ferro, a seconda del titolo principesco del defunto.
Fino a tempi recenti, l’esistenza di queste "armature" di giada si conosceva soltanto tramite alcuni testi. Dal 1968, gli archeologi cinesi hanno avuto la fortuna di rinvenire parecchi di questi sudari, che sono stati pazientemente rimontati e ricuciti da alcuni di loro.
I primi ad essere rivenuti (nel 1968 a Mawangdui) furono quelli del principe Liu Sheng e di sua moglie Dou Wan; Liu era uno dei fratelli del grande imperatore Wudi della dinastia Han (140-86 a.C.). La tomba rupestre della coppia principesca fu ritrovata fortuitamente a Mancheng, un centinaio di km a sud di Pechino. I loro carapaci protettivi - e naturalmente inefficaci - contro il deterioramento delle carni, comprendevano rispettivamente 2690 e 2516 placche di giada, cucite per mezzo di filo d'oro (1100 g. e 700 g. di metallo prezioso). Nel 1970, un altro sudario composto da 2600 placche fu scoperto nel Jiangsu, a Tushan-Xuzhou, datato intorno al 150 d.C. In un'altra tomba, sempre della dinastia Han, (intorno al 90-100 d.C.), furono raccolte 5169 placche di yu, che presentavano, all'interno delle perforazioni, alcuni fili d'oro. Infine, nel 1978, sono stati ritrovati a Pingshan, nello Hebei, gli indumenti ricoperti di giada del re di Zhongshan e di sua moglie (epoca dei Regni Combattenti; 475-221 a.C.).
Così, dal neolitico, i cinesi non hanno mai smesso di apprezzare e di lavorare la giada e, attualmente, i lapidari di Dalian (nel Liaoning, in Manciuria) tentano di rinnovare i temi, i soggetti e i motivi di quest'arte che da un secolo buono ha iniziato a decadere. Il virtuosismo non è arte.
Tuttavia quest'arte non ha mai smesso di evolversi durante la trentina di secoli che siamo in grado di studiare. Durante la dinastia Shang (1600-1100) e la dinastia Zhou (1100-771), eccettuate le figurine aviformi e tuttotondo di Anyang (civette, rapaci, cormorani, oche, gru...), escluse alcune placchette a goccia zoomorfe (bufali, tigri, cervidi, lepri, rane, pesci e draghi) - forse ornamenti di cinture e di abiti - e fatta eccezione per le tipiche asce-pugnali cerimoniali, (dette ge, indubbiamente distintivi di funzione o emblemi di potere), gli oggetti più strani di quest'epoca arcaica sono certamente i famosi dischi Bi e gli Zong, parallelepipedi a sezione quadrata, più o meno allungati, che sembrano recare incassato nel proprio centro un tubo cavo. Questi Bi e questi Zong probabilmente sono oggetti rituali religiosi; sono stati motivo di varie controversie. Per esempio negli Zong si sono viste rappresentazioni di mozzi di ruote, di sfiati per caminetti, di ricettacoli per le tavolette degli antenati, di simboli sessuali e infine di occhiali astronomici. Oggi vengono presentati come simboli della Terra, che i cinesi immaginavano quadrata, e in connessione con il disco Bi, simbolo del sole e del cielo, che è invece concepito come un cerchio, nel medio Impero.
Il belga Henri Michel ha interpretato questi Zong e questi Bi come strumenti astronomici complementari, adattabili l'uno dentro l'altro, e destinati a osservare le costellazioni, così che lo Zong diventava un cannocchiale. Si puntava il tubo in direzione del cielo notturno e si faceva ruotare il disco Bi, a indentazione, finché le stelle circumpolari non corrispondevano alle punte di questa ruota dalla dentatura irregolare. Una volta ottenuta la giusta coincidenza dei punti, il polo celeste si trovava esattamente nell'asse centrale del cannocchiale.
Per i cinesi la localizzazione del polo aveva una grande importanza: consentiva di ottenere il tracciato del grande cerchio immaginario (detto coluro), necessario per poter stabilire il calendario. Così, dopo essere stato, forse, in origine (ai tempi del neolitico) il sostituto di una mazza d'arme, una specie di clava piombata discoidale, l'anello di giada si trasformò nell'anello di uno strumento astronomico, nella possibile forma di un sostituto funerario, per diventare ben presto un simbolo d'investitura e un oggetto importante del rituale reale; l'imperatore l’utilizzava nella celebrazione del rito terrestre. Strumento di culto, il disco Bi divenne naturalmente l'emblema del cielo e del potere supremo, e anche allo Zong, che simboleggiava la terra, venivano dedicati i sacrifici imperiali.
Comunque, Zong e Bi continuavano ad accompagnare i defunti nelle tombe; l'anello (Bi) veniva posato sul petto, e il tubo a imboccatura quadrata (Zong) sulla schiena. Precisiamo che nel periodo neolitico, un'ascia levigata, eccezionalmente di giada, veniva deposta vicino al capo del defunto. Per interi secoli, dunque, si osserva una grande continuità nel simbolismo funerario religioso. Queste preziose offerte rivestivano quindi molteplici e complessi significati, magici, cerimoniali, religiosi e funerari al tempo stesso. È soltanto nel periodo delle Primavere e degli Autunni (770-473 a.C.) che questo simbolismo magico-religioso devia e si dissacra un po'; per di più, la giada diventa anche una fonte di diletto e di piacere sensuale per i vivi. Zong e Bi sembrano essere diventati, successivamente, semplici oggetti profani, artistici.
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